Forte malumore

I medici veneti sull’obbligo di tamponi: “Non trattateci come renitenti alla leva”

Lettera del portavoce Fimmg Crisarà, a Zaia: "C’è poco da sanzionare chi è stato lasciato indietro per decenni". E si profila lo stato di agitazione.

I medici veneti sull’obbligo di tamponi: “Non trattateci come renitenti alla leva”
Padova, 03 Novembre 2020 ore 11:04

Si complica la vertenza tra i medici di base e la Regione Veneto dopo l’ultima ordinanza firmata dal Governatore Luca Zaia.

Ordinanza della discordia

Il nodo è sempre lo stesso: l’obbligo, con l’aggravante della minaccia di sanzioni in caso di “ammutinamento”, anziché la volontarietà. Si complica la vertenza tra i medici di base e la Regione Veneto dopo l’ultima ordinanza firmata dal Governatore Luca Zaia. Un provvedimento in cui, tramite il kit fornito proprio da Palazzo Balbi, è prevista proprio l’obbligatorietà per i dottori di famiglia di fare tamponi rapidi agli assistiti in quarantena o con sintomi sospetti.

I medici veneti sull'obbligo di tamponi: "Non trattateci come renitenti alla leva"

La lettera di Crisarà, portavoce Fimmg

Ai camici bianchi non è andato giù, non tanto (o meglio, non solo) il contenuto dell’ordinanza, che peraltro recepisce l’accordo siglato dal ministro della Salute, Roberto Speranza, e dalla Fimmg (non dagli altri sindacati), ma il tono utilizzato dal Governatore. Ed ecco allora che la “miccia” si è accesa tramite una lettera, indirizzata proprio a Zaia, scritta da Domenico Crisarà, portavoce proprio della Fimmg, che rappresenta 1.970 dottori di base veneti sui 3408 conteggiati dalla Regione a febbraio.

«Va tutelata l’onorabilità di professionisti che dopo aver tanto dato durante le ore più buie della primavera scorsa, non possono essere trattati come renitenti alla leva – ha scritto Crisarà – Da luglio la categoria preme per essere dotata di tamponi e dal 2 al 28 ottobre l’adesione all’iniziativa, volontaria e gratuita, ha coinvolto 700 colleghi, che finora ne hanno effettuati duemila. Capisco la necessità di toni decisi e dichiarazioni forti in un momento come questo, ma era proprio necessario dare in pasto alla stampa una professione che in silenzio e spesso in solitudine lavora con ancora maggior dedizione per assistere tutti i pazienti? Il nostro “obbligo” all’utilizzo dei tamponi rapidi, gentile presidente, nasce dal voler essere presenti in una situazione di emergenza nazionale, per senso del dovere nei confronti dei malati e della comunità, e non per eventuali sanzioni. C’è poco da sanzionare chi è stato lasciato indietro per decenni, senza i necessari supporti umani e tecnologici, ed esercita egregiamente il suo lavoro solo grazie alla capacità di resilienza e alla fiducia degli assistiti. Sarebbe più opportuno che rivolgesse l’attenzione alle Usl, affinché applichino le sue direttive nei nostri confronti con maggiore solerzia».

“Pronti allo stato di agitazione”

Un’irritazione fatta propria anche dallo Snami, che conta 420 iscritti e che fin da subito si era opposto all’iniziativa, non firmando né l’accordo nazionale né tantomeno quello regionale. E il segretario regionale, Salvatore Cauchi, ha annunciato per domani, mercoledì 4 novembre 2020, “lo stato di agitazione”, con la riserva di valutare il “rifiuto civile o altre forme di sciopero”. Idem per la sigla Smi, che rappresenta 275 medici di base e non ha sottoscritto gli accordi esattamente lo Snami.

E Zaia? Il Governatore non si scompone e ribatte:

“Nessuna offesa a nessuno, è forse lesa maestà dire che il contratto nazionale, e non una legge regionale, prevede l’obbligo e relative sanzioni? Si tratta di un un servizio di sanità pubblica, percepiscono 12 euro a tampone effettuato fuori dai loro ambulatori e 18 se eseguito all’interno, oltre a un integrativo per gli infermieri”.

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