Padova

L’immunologa Viola: “Ci salveranno gli anticorpi monoclonali? Non fanno miracoli”

Per poterli usare al meglio, però, bisogna continuare la sperimentazione clinica attraverso studi controllati e randomizzati.

L’immunologa Viola: “Ci salveranno gli anticorpi monoclonali? Non fanno miracoli”
Cronaca Padova, 10 Febbraio 2021 ore 09:40

L’immunologa Antonella Viola, professoressa Ordinaria di Patologia Generale, ha voluto fare chiarezza sull’efficacia degli anticorpi monoclonali, cercando di dare delle risposte concrete sulla loro funzione.

Gli anticorpi monoclonali sono la soluzione?

Una delle domande frequenti in questi mesi è “Ci salveranno gli anticorpi monoclonali?”, a questa domanda ha voluto dare una risposta e delle spiegazioni l’immunologa Antonella Viola che ha affermato:

“Come ormai siamo – ahimè – abituati dall’inizio di questa pandemia, di nuovo stiamo assistendo a pareri fortemente contrastanti su questo tema tanto importante quanto complesso. Tenendoci a debita distanza dai toni entusiastici di alcuni e apocalittici di altri, proviamo a fare chiarezza.
Cosa sono ormai lo sappiamo tutti: si tratta di anticorpi generati per riuscire a bloccare l’accesso del virus nelle nostre cellule. Si legano alla proteina Spike e le impediscono di forzare la serratura rappresentata dai recettori ACE2. E’ lo stesso principio della terapia col plasma iperimmune, solo che qui si usa un solo anticorpo (o una combinazione di 2 anticorpi) che neutralizza bene il virus. E lo si usa a concentrazioni fisse, basate sugli studi clinici. Rispetto al plasma iperimmune è quindi una terapia più standardizzata“.

Prevenire lo sviluppo di sintomi gravi nei pazienti a rischio

L’immunologa ha però sottolineato:

“Come per il plasma, però, sappiamo che non funziona nei pazienti che hanno una malattia severa: va quindi utilizzata per prevenire lo sviluppo di sintomi gravi nei pazienti a rischio. Quindi, gli anticorpi vanno somministrati nei primissimi giorni dell’infezione, prima che i sintomi siano gravi e in pazienti altamente selezionati, quelli cioè che sono a rischio di COVID-19 severo (età e presenza di co-morbidità). Si tratta quindi di una scommessa: si trattano i pazienti con farmaci molto costosi e con un trattamento non domiciliare (è un’infusione che dura 60 min più 60 min di osservazione) pur sapendo che nella stragrande maggioranza dei casi il trattamento non servirà, perchè i pazienti non avrebbero comunque sviluppato sintomi gravi. Ma, d’altro canto, se servisse a salvare qualche vita o a prevenire il ricovero in terapia intensiva anche di un numero modesto di persone, sarebbe comunque un’arma in più”.

Ha poi concluso:

Per poterli usare al meglio, però, bisogna continuare la sperimentazione clinica attraverso studi controllati e randomizzati: non sappiamo ancora se funzionano e soprattutto in quali pazienti funzionano davvero. Bisogna quindi continuare a studiare, senza promettere che possano fare miracoli.
Inoltre, come il plasma, vanno utilizzati con la massima attenzione perchè sono in grado di favorire lo sviluppo di varianti virali resistenti. Questo è un serio argomento che dovrebbe essere immediatamente messo sul tavolo di chi deciderà come e su quali pazienti utilizzarli”.

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